La notizia arriva come spesso accade oggi: frammentata, già interpretata, già contesa prima ancora di essere davvero letta. Una dichiarazione, il nome di Vannacci, e subito dopo la parola “femminicidio”. Non è soltanto la politica a reagire: è il linguaggio stesso che viene messo sotto processo.
Eppure, prima ancora delle posizioni, delle polemiche, dei comunicati, resta una domanda più lenta, quasi scomoda: che cosa fanno le parole quando le usiamo? Non si limitano a descrivere il mondo. Lo organizzano. Lo rendono dicibile. E, in qualche modo, lo rendono possibile.
Pensiamo alla parola greca δημοκρατία: dalla combinazione di δῆμος (popolo) e κράτος (potere), emerge letteralmente l’idea del “potere del popolo”. Una parola che contiene già in sé una promessa: che l’autorità politica non appartenga a uno solo, ma a una collettività di cittadini. Anche se la sua storia concreta è sempre stata più contraddittoria della sua etimologia, resta una delle rare parole in cui linguaggio e immaginazione politica coincidono così chiaramente.
“Femminicidio” è una parola molto più recente, ma funziona in modo simile: non descrive soltanto un evento, ma tenta di nominare una struttura. Indica la morte di una donna non come fatto isolato, ma come esito possibile — e ricorrente — di un sistema di relazioni in cui il genere diventa una forma di gerarchia. È qui che il termine si allontana dalla cronaca e si avvicina alla sociologia, ma anche alla coscienza collettiva.
Nel linguaggio giuridico italiano, il femminicidio è diventato una specifica fattispecie di reato con la legge approvata nel 2025. Tuttavia, il termine continua a essere utilizzato anche nel dibattito pubblico e nelle scienze sociali con un significato più ampio, perché non descrive soltanto un singolo delitto, ma richiama un insieme di dinamiche ricorrenti legate alla violenza di genere, alle relazioni di controllo e alle disparità di potere.
C’è una sottile tensione in tutto questo. Da un lato la parola rischia di diventare slogan, dall’altro prova a trattenere dentro di sé una realtà che altrimenti si disperderebbe in episodi separati. Ogni volta che viene usata, non dice solo cosa è accaduto. Dice anche come scegliamo di guardarlo. E, soprattutto, se siamo disposti a riconoscere che ciò che chiamiamo “singolo fatto” potrebbe essere parte di qualcosa di più ampio, ancora incompleto, ancora difficile da ammettere.
(Foto: The Murder, Dimitris Mytaras, pubblico dominio)
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Eirini Lavrentiadou is an actress and singer, born in Thessaloniki in 1992. She lives in Florence, where she trained at the city’s Theatre Academy and the Fiesole School of Music. She has performed in classical Greek and European plays, worked with international directors and companies, and appeared in concerts ranging from opera to jazz. She contributes to Florence Daily News as a writer.
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