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L’Europa come creatura nervosa

The Nouvelle Carte d’Europe dressée pour 1870

The Nouvelle Carte d’Europe dressée pour 1870

In una libreria antiquaria di Montepulciano si può inciampare in un continente piegato in quattro. Non metaforicamente: proprio piegato, inciso, stampato su carta sottile e venduto nel 1870 per 20 centesimi. La Nouvelle Carte d’Europe dressée pour 1870 non è una mappa: è una scena teatrale. L’Europa non è un insieme di confini, ma una creatura nervosa che si contorce prima di una febbre.

La Prussia è mascella serrata e stivali lucidati. La Francia tiene il centro della scena con un’aria che oscilla tra l’orgoglio e la sfida. La Russia incombe come un gigante che non sa dove mettere le mani. L’Impero austro-ungarico sembra un organismo troppo complesso per stare in piedi senza tremare. Il Regno Unito osserva, separato dall’acqua e forse anche dall’imbarazzo. L’Italia — unificazione fresca di giornata — appare come un giovane adulto che indossa ancora un abito troppo grande. La Grecia, definita “Turchia d’Europa”, mostra quanto la sua identità nazionale non fosse ancora stabilmente riconosciuta nell’immaginario europeo.

Pochi mesi dopo, la guerra franco-prussiana cambierà il tono della commedia: Napoleone III cadrà, e nel 1871 nascerà l’Impero tedesco a Versailles. Ma qui, su questo foglio, la guerra è ancora caricatura. È imminenza. È intuizione visiva prima che fatto storico.

In quegli anni le “mappe caricaturali” circolano come editoriali illustrati. Anche il britannico Fred W. Rose disegna la sua Serio-Comic War Map: stessa idea, stessa anatomia inquieta. L’Europa come corpo unico, dove un movimento della spalla fa tremare la caviglia.

Ed è qui che la carta diventa contemporanea.

Guardandola oggi si vede un organismo. A volte le sue cellule si stringono, cooperano, costruiscono sinapsi. Altre volte si ritirano ciascuna nel proprio malessere, nei propri fantasmi nazionali, nelle proprie urgenze domestiche. La mappa del 1870 ci ricorda che l’idea di “Europa” non è un’invenzione burocratica recente: è un’intuizione antica. Questi paesi — diversi per lingua, religione, carattere, memoria — già allora si percepivano parte di un sistema comune. Non un’unità semplice, ma un equilibrio fragile.

La “grande idea” europea non nasce dall’astrazione, ma dall’opportunità. Dallo scambio di merci nei porti, di filosofi nelle università, di musicisti nei teatri, di scienziati nei congressi. Dalla possibilità concreta di attraversare confini e tornare con qualcosa in più. Cultura e idee sono state il collante prima ancora dei trattati.

E tuttavia, accanto al bisogno di unirsi, è sempre esistita la difficoltà della diversità. Ogni paese, come una cellula capricciosa, tende a richiudersi nella propria narrativa, nei propri problemi immediati, nella propria paura di perdere identità. La mappa lo suggerisce con ironia crudele: l’Europa è insieme corpo e conflitto, organismo e frattura.

Oggi la vediamo ancora così. Un sistema interconnesso che talvolta funziona come un cervello collettivo e talvolta come un coro dissonante. Le crisi — economiche, politiche, culturali — non fanno che riproporre lo stesso paradosso: abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma fatichiamo a sopportarci.

Quell’immagine ottocentesca è importante proprio per questo. Ci ricorda che il bisogno d’Europa è sempre esistito. E che altrettanto costante è stata la difficoltà di trasformare la pluralità in armonia. La storia, purtroppo, ha un gusto per la ripetizione.

Come diceva Andrej Tarkovskij, ogni generazione deve commettere i propri errori per imparare. E forse non impariamo mai davvero dalla storia. Ma possiamo, almeno, guardare queste immagini con maggiore consapevolezza: capire che le tensioni non sono anomalie del presente, bensì parti costitutive di un organismo antico.

Un foglio popolare del 1870, trovato per caso tra gli scaffali, diventa così uno specchio severo. Non ci offre soluzioni. Ma ci ricorda che l’Europa è sempre stata questo: un corpo che tenta di coordinarsi, pur sapendo che le sue cellule non smetteranno mai di discutere.

Questo articolo è pubblicato in italiano per un pubblico nazionale. Ne esiste anche una versione in inglese che, pur partendo dalle stesse riflessioni di fondo, si sviluppa in modo diverso per tono e impostazione. Il testo in inglese può essere letto al seguente link.

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