Il 29 novembre 2025, alla Biblioteca della Fondazione Spadolini Nuova Antologia di Firenze, si è svolto l’incontro “Giovanni Spadolini, giornalista d’Italia. Cultura, politica e responsabilità dell’informazione”, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana. L’appuntamento ha proposto una riflessione sul ruolo di Spadolini nel giornalismo italiano e sulla sua concezione dell’informazione come servizio civile.
Nel corso della mattinata, i relatori Cosimo Ceccuti (presidente della Fondazione Spadolini – Nuova Antologia), i giornalisti Paolo Ermini, Marcello Mancini e Marco Bastiani, coordinati da Raffaele Capparelli e con il saluto di Giampaolo Marchini, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana, hanno analizzato la sua produzione editoriale, la direzione del Resto del Carlino e del Corriere della Sera, e il suo contributo al dibattito pubblico da uomo delle istituzioni (primo ministro della cultura in Italia, primo presidente del consiglio non democristiano nella storia repubblicana e presidente del Senato) in anni segnati da conflitti politici, tensioni sociali e trasformazioni culturali.
I temi affrontati hanno permesso di rileggere la figura di Spadolini come esempio di indipendenza, rigore documentario e responsabilità verso i lettori e i cittadini, in un ideale “magistero civile” che continua a interpellare il giornalismo contemporaneo. Di seguito l’intervento di Marco Bastiani focalizzato sugli anni di Spadolini direttore del principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera.
Quando, nel 1968, Giovanni Spadolini assunse la direzione del Corriere della Sera, aveva già alle spalle una carriera giornalistica e culturale straordinariamente precoce: a ventotto anni era entrato come collaboratore al Corriere di Mario Missiroli, dopo le esperienze al Messaggero, sempre chiamato da Missiroli, alla Gazzetta del Popolo e a Il Mondo di Mario Pannunzio. Nel 1955, a soli ventinove anni, era diventato direttore del Resto del Carlino, che avrebbe guidato per 13 anni, trasformandolo in una palestra di civiltà laica e liberaldemocratica.
Già quando gli editori nel 1961 decisero la sostituzione di Missiroli al Corriere il nome che sembrava il naturale successore era quello di Spadolini, che poi non si concretizzò per una serie di incomprensioni fra lo stesso Spadolini, Missiroli e la proprietà.
Spadolini divenne direttore nel 1968 e non fu mai, come scrisse lui stesso, «uno di quei direttori indifferenti, sostenitori della separazione fra fatti e opinioni, fautori della neutralità nella guida dei quotidiani. […] Non saprei separare le direzioni dei giornali, per quasi diciotto anni, dalle successive battaglie in Parlamento e nel partito se non per un diverso […] tipo di impegno politico» (G. Spadolini in C. Ceccuti, Giovanni Spadolini, Roma 1992, p. 147).
Rifiutava l’idea di un giornalismo neutro o disimpegnato: per lui la direzione di un giornale era una forma alta di impegno civile, che proseguiva, con altri mezzi, la funzione pedagogica dello storico e dell’uomo politico. È in questo senso che la sua esperienza giornalistica, e in particolare quella al Corriere, può essere letta come un vero magistero civile.
Il modello Albertini e la cultura del rigore
Spadolini entrò a via Solferino con una visione precisa: ridare al Corriere la dignità e il prestigio del giornale di Luigi Albertini, che lo aveva diretto dal 1900 al 1925, fermato solo dal fascismo.
«A me toccò in sorte di essere, nel dopoguerra, il primo direttore del Corriere che riaprì le pagine del giornale al nome e al ricordo di Luigi Albertini. […] In quello che c’è ancora di grande, e di valido, e di resistente nell’organizzazione del Corriere, oltre il logorio degli anni e gli avvicendamenti degli uomini, si trova sempre la traccia di Luigi Albertini», scriverà in seguito, «un nome e un ricordo che erano stati appannati o addirittura sepolti sotto il manto dell’oblio» (G. Spadolini, “Lettera aperta a Nino Valeri”, in Nuova Antologia, fasc. 2058, Firenze 1972, p. 155).
In quella stessa pagina rivendicava anche il valore simbolico degli oggetti nello “studio leggendario del grande direttore”, volendo opporsi «sempre alla rimozione di quei pochi oggetti o simboli che, nel leggendario studio del grande direttore, rappresentavano ancora il ricordo di un tempo, e di un costume, irripetibili: a cominciare dalla scrivania che era riuscita a salvarsi da tutte le inquietudini dei facili e penosi rinnovamenti, magari all’insegna dell’età consumistica».
Gaetano Afeltra, testimone diretto, ricordò che Spadolini «aveva un concetto altissimo del proprio ruolo di direttore: il massimo impegno e l’assoluta dedizione, avendo come modello Albertini […] Un giornale teso all’innesto fra cultura e giornalismo» (G. Afeltra, “Il direttore del Corriere e il presidente della Bocconi”, in Nuova Antologia, fasc. 2195, Firenze 1995, p. 8).
Quel richiamo ad Albertini non era solo filologico: era una dichiarazione di metodo. Per Spadolini il giornalismo doveva tornare ad essere cultura, conoscenza, responsabilità intellettuale. In questo senso, la sua direzione fu una delle più consapevolmente “civili” nella storia del Corriere.
Basta guardare i titoli dei suoi articoli di fondo per capire lo stile che lo contraddistingueva: Il dialogo, Offesa, Conferma… in una sola parola riusciva a riassumere il concetto e la misura.
La linea del “Dialogo”
Con le elezioni politiche alle porte, il suo primo editoriale, intitolato Il dialogo (Corriere della Sera, 3 febbraio 1968, p. 1), segnò la direzione che avrebbe mantenuto per i successivi quattro anni: una linea laica e razionale, aperta al confronto tra le forze democratiche ma ferma nel rifiuto di ogni compromesso confessionale o ideologico.
Spadolini vi delineava la necessità di un coinvolgimento dei partiti laici nel governo del Paese, ma senza “scavalcare” la Democrazia Cristiana verso sinistra. L’aveva detto con chiarezza già da storico: si era sempre opposto a quella “maggioranza dell’articolo 7”, a quella “Repubblica conciliare” che aveva visto cattolici e comunisti votare insieme il patto tra Stato e Chiesa.
Nel Dialogo era già presente anche il nucleo del suo metodo giornalistico: discutere, ma non cedere alla retorica; capire, ma senza smarrire il senso della misura.
Alla elezioni c’era il rischio che i moderati disertassero le urne, l’alta affluenza (92%) scongiurò tale percolo, ma il responso della cabina elettorale non fu così positivo per il centrosinistra come i dati sull’affluenza potevano far credere.
I socialisti uscirono malconci dalle urne e il congresso successivo ne ampliò le divisioni, tanto che la loro partecipazione al governo fu letta da Spadolini solo come un modo per accontentare le varie anime del partito: «Non siamo più nemmeno nella partitocrazia; siamo già nella correntocrazia» (G. Spadolini, “Correntocrazia”, in Corriere della Sera, primo dicembre 1968, p. 1), scrisse citando il collega docente della Cesare Alfieri e editorialista del Corriere, Giuseppe Maranini, che nel 1949 coniò il termine partitocrazia.
Di fronte alla frammentazione del sistema politico, Spadolini si faceva custode della razionalità democratica. La sua voce, scriveva Enzo Bettiza, “portava chiarezza almeno per ventiquattr’ore nel disordine delle cose italiane” (E. Bettiza, Via Solferino, Milano 1982, p. 79).
Un direttore nel cuore della tempesta
Il biennio 1968-1969 segnò subito una dura prova per il Corriere e per il suo direttore. Le università occupate, le piazze in rivolta, l’autunno caldo e gli scioperi generali misero alla prova la democrazia italiana. Spadolini raccontò e commentò gli eventi con fermezza, ma anche con lucidità.
Non erano più i tempi di Missiroli che, citando Benedetto Croce, considerava le contestazioni studentesche neanche degne di essere prese in considerazione in quanto legate a un periodo della vita e non a rivendicazioni sociali, Spadolini si impegnò a fondo per cercare di spiegare il fenomeno pur criticandolo. Ad esempio, Stille incontrò Herbert Marcuse, Bettizza da Parigi Claude Lévi-Strauss, Emile Cioran, Jean-Paul Sartre e tanti altri ispiratori della contestazione. «Non mi riuscì – scrisse poi Bettiza – di raggiungere Focault, che svernava in Tunisia, né Althusse […] che, nevroticamente barricato in una stanzuccia dell’Ecole Normale da cui usciva di rado, mi disse con un tocco ironico al telefono: “Vedermi non ha senso, parlarmi ancora meno. Se ha tempo e voglia mi legga: lì c’è tutto anche se non tutto è sempre chiaro”».
Dunque, Spadolini provava a raccogliere le motivazioni delle proteste, ma sui blocchi e sulle violenze era intransigente. «Una democrazia, per salvarsi, deve funzionare: dalla scuola alla giustizia, la paralisi apre le porte al caos e all’avventura» (G. Spadolini, in Corriere della Sera, aprile 1968). E poi ancora: «Il PCI – si legge in un fondo di Spadolini – cavalca una tigre pericolosa ogni volta che assume, per ragioni tattiche o strumentali, la paternità dei movimenti di contestazione globale» (G. Spadolini, “Una strada pericolosa” in Corriere della Sera, 5 gennaio 1970, p. 1). Fu una posizione costosa, perché una parte del pubblico progressista si allontanò dal giornale, ma coerente con la sua concezione di libertà come responsabilità.
La difesa della libertà
Dal 1968, con l’escalation della violenza politica, il Corriere divenne una trincea di democrazia, a volte anche fisica. E vari assalti alla sede del giornale dal 1968 al 1972, guidati da gruppi di estrema sinistra, furono per il direttore una ferita personale e simbolica.
Il primo fu la sera del Venerdì Santo del 1968, quando un gruppo di manifestanti filomaoisti scagliarono sassi contro la sede del giornale: uno ruppe un vetro e sfiorò il direttore, che si era trattenuto a parlare con alcuni tipografi.
La notizia fu data il giorno dopo con una sola colonna, quasi nascosta in cronaca, di taglio medio, con il titolo “Chiassata dei filo cinesi con sassaiola in via Solferino”: segno del metodo e dello stile con cui Spadolini intendeva il proprio ruolo e quello del giornale.
Quel sasso, esposto dallo stesso Spadolini sulla sua scrivania, non diventò solo il simbolo delle tensioni sociali dell’epoca, ma anche un monito sull’importanza della libertà di stampa e ci ricorda che Spadolini, in quel contesto, si trovò a navigare tra le richieste di una società in fermento e la necessità di mantenere il giornale un luogo di confronto civile.
Gli attacchi proseguirono in anni in cui di sabato le principali città diventavano teatro di vera e propria guerriglia urbana. A pochi giorni dal suo addio l’ultimo, con i militanti di estrema sinistra intenzionati a bloccare i camion della distribuzione per non far uscire il giornale.
Nell’editoriale Offesa (Corriere della Sera, 12 marzo 1972, p. 1), scritto dopo l’attacco con bottiglie molotov a via Solferino, Spadolini reagì con parole che suonano ancora oggi come un manifesto deontologico.
La selvaggia aggressione «teppistica» al «Corriere della Sera» rappresenta un nuovo e intollerabile attacco alla libertà di stampa, la suprema fra tutte le libertà. I «gruppuscoli» extraparlamentari di sinistra hanno attaccato la sede del giornale nell’ora del più intenso lavoro: era in corso un’assemblea di tutti i redattori intesa a codificare, con una democratica e civilissima discussione, le conquiste dell’intera categoria decisa a difendere i propri diritti contro ogni sopruso e a stabilire le sue funzioni nell’interno dell’azienda, nell’ambito di una concezione pluralista e occidentale dei diritti-doveri della stampa. La deplorevole assenza, o l’incerto impiego, delle forze dell’ordine hanno aggravato la situazione. La difesa del vecchio palazzo, in cui si simboleggia la storia di tanta parte del giornalismo italiano, nelle sue glorie e anche nelle sue umiliazioni, nelle sue grandezze ed anche nelle sue sofferenze, è stata affidata ai giornalisti, ai tipografi, agli impiegati.
È un altro motivo di amarezza e di malinconia, in giorni che non sono certo consolanti per l’avvenire della libertà in Italia. La concomitanza, e il reciproco aiuto, che si danno gli opposti estremismi, la cosiddetta «maggioranza silenziosa», ormai al servizio del Msi, e i gruppetti di anarchici e maoisti ed estremisti di sinistra, dove la violenza della protesta pseudopolitica si identifica con la provocazione pura e semplice. L’abbattimento di ogni confine, l’annullamento di ogni limite: perfino gli squadristi ispirati da Farinacci si fermarono nel ‘25 di fronte alle finestre di via Solferino. Un attacco selvaggio, immotivato, insensato con l’uso di bombe Molotov e di candelotti esplosivi, quasi a perfezionare la tecnica, meno raffinata e più artigianale, che già conoscemmo nel ‘68 con le prime aggressioni al «Corriere» contemporanee al sorgere della contestazione.
Quando si attacca un giornale, il «Corriere» in questa inquieta primavera del 1972 non meno che l’«Avanti!», alla vigilia del fascismo, cinquant’anni or sono, si offende la libertà nel suo nucleo essenziale, nel suo valore irrinunciabile. Si punta ad intimidire chi esprime il proprio pensiero o motiva il proprio dissenso, a piegare l’avversario con la violenza fisica, a seminare il panico e diffondere l’insicurezza nel paese intero. Ci scriveva giorni fa un vecchio democratico e antifascista, di quelli che hanno conosciuto l’avvento della dittatura mussoliniana, Pietro Nenni, che la massima difficoltà oggi, quella che rende così terribile e incerto il compito di ognuno di noi, nelle varie responsabilità civili che gli sono affidate, «è la lotta per non esasperare i rapporti politici e sociali». «Non è oggi – aggiungeva il vecchio leader socialista – la qualità più pregiata; ma è comunque un segno di saggezza.
Sembra che la saggezza si stia allontanando da noi. Esplosioni di furore bestiale, come l’attacco alla sede del «Corriere», ripropongono i problemi di fondo della nostra convivenza civile, messi a durissima prova negli ultimi quattro anni. Tutte le forze democratiche e costituzionali debbono opporsi allo scatenarsi della violenza non meno che al dilagare di un anarchismo che, partendo da sinistra, aiuta la destra estrema. E il governo, monocolore o no, deve ricordarsi di esistere.
Gli opposti estremismi
Fu Spadolini a coniare la formula degli “opposti estremismi”, per indicare che la libertà era minacciata sia dalla violenza rossa sia da quella nera, ma la tragica linea di demarcazione, non soltanto per il Corriere, fu tracciata il 12 dicembre 1969. L’attentato nella sede milanese della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana, provocando quattordici morti e novanta feriti causò un trauma psicologico in tutta la società italiana.
Dopo la strage di piazza Fontana, Spadolini scrisse il fondo Difendere la libertà (Corriere della Sera, 13 dicembre 1969, p. 1).
Il seme della violenza ha dato i suoi frutti avvelenati. […] Assistiamo alla totale dissoluzione dei principi di convivenza su cui non può non reggersi l’ordine democratico; assistiamo alla sfida selvaggia e criminale contro i voleri di tolleranza, mutuo rispetto, in una sola parola di civiltà.
La contemporaneità con gli altri attentati, per fortuna meno sanguinosi di Roma, esclude un’iniziativa isolata, folle ma isolata. Gli ideatori e gli esecutori delle mostruose stragi – a qualunque gruppo appartengano, di qualunque fanatismo siano seguaci – hanno operato con lucida consapevolezza omicida, nella volontà di sconvolgere le tavole di valori della nostra vita associata, di precipitare il paese nel caos, di colpire a morte, come si usa dire con un linguaggio orecchiato «il sistema», egualmente combattuto dagli opposti totalitarismi.
[…] La democrazia deve difendersi con le leggi democratiche nel rispetto dell’ordine democratico, ultimo e non sostituibile riparo contro la violenza e la follia. Non è il momento degli stati d’assedio: non è il momento delle leggi marziali. Esistono nella legislazione repubblicana, tutti gli strumenti atti a isolare i terroristi sufficienti a punire i delinquenti.
[…] Tutti i nuclei estremisti di qualunque colore, comunque, camuffati, debbono essere messi in condizione di non nuocere; la libertà, necessaria e irrinunciabile, della propaganda non deve essere confusa con la libertà del delitto.
[…] Occorre assolutamente evitare che il Paese si senta indifeso, che la pubblica opinione ripieghi sulle suicide suggestioni che ci regalarono cinquant’anni di dittatura. Occorre salvare la libertà con la libertà. È l’impresa più difficile, ma è la sola per cui valga la pena di battersi, fino in fondo e con ferma coscienza.
La strage di piazza Fontana segnò l’inizio di quella che poi venne chiamata strategia della tensione. Il tentativo di gruppi eversivi di destra di opporsi al crescente potere della sinistra attraverso soluzioni autoritarie. Soluzioni che meglio potevano essere giustificate se presentate al Paese come una reazione a sanguinari attentati sullo stile di piazza Fontana. Spadolini tenne la barra dritta, senza cadere a questo invisibile ricatto. E se è vero che seguì la pista anarchica – poi rivelatasi errata – indicata dalla questura che portava dritto a Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli, ne La grande prova (Corriere della Sera, 21 dicembre 1969, p. 1), Spadolini difendeva, ad esempio, il principio di presunzione d’innocenza.
«Per un paese serio gli imputati — si chiamino pure Valpreda — non sono ancora colpevoli; e non tocca ai giornali […] sostituirsi ai giudici.»
Sono parole che, a distanza di mezzo secolo, andrebbero lette in ogni redazione italiana e che fanno capire come il Corriere si tenne ben lontano anche dagli attacchi al commissario Luigi Calabresi che contraddistinsero la stampa successivamente.
Libertà di stampa “gelosa e religiosa”
Spadolini concepiva la libertà di stampa come un valore sacro, da difendere anche dalle sue stesse deformazioni. Richiamava la classe politica, ma anche i giornalisti, a essere animati «dal culto geloso e, vorremmo dire, religioso della libertà di stampa e della pluralità dell’informazione, al di fuori di ogni tentazione di controllo dall’alto» (G. Spadolini in R. Inglese, Democrazia e libertà di stampa, Bologna 1973, p. 51).
Era una libertà da esercitare con disciplina e misura, senza cedere al sensazionalismo o al ricatto economico. Già da direttore aveva intuito la fragilità del sistema editoriale: «La stasi della pubblicità è esiziale per un grosso quotidiano. Un calo del 2-3% potrebbe bastare per far saltare un’azienda». Da qui il suo desiderio di innovare: il colore, le nuove rotative, i supplementi, senza snaturare il giornale.
Lo sguardo europeo
Spadolini non fu solo un direttore immerso nella cronaca: fu un interprete del tempo europeo. Dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, scrisse che essa aveva confermato «la natura inguaribilmente totalitaria del comunismo sovietico» (G. Spadolini, “Un esempio”, in Corriere della Sera, 25 agosto 1968, p. 1).
Nella sua visione, l’unica speranza per l’Italia stava nel legarsi stabilmente all’Europa: «Chi lavora per lo scardinamento del sistema, dalle opposte sponde, lavora anche contro l’Europa, la sola speranza che sia rimasta alla nostra generazione dopo le delusioni e le follie di mezzo secolo» (G. Spadolini, “Solo l’Europa”, in Corriere della Sera, 14 febbraio 1971, p. 1).
Il giornalismo, in questa prospettiva, era strumento di educazione alla modernità, alla responsabilità, alla misura. Il direttore doveva farsi interprete di una cultura della razionalità, capace di tenere insieme libertà e verità.
Conclusione
Quando nel marzo 1972 lasciò la direzione del Corriere, dopo quattro anni, Spadolini lasciò anche una lezione di etica professionale che resta di straordinaria attualità.
In tempi in cui la parola “giornalismo” rischia di confondersi con “opinione” e la velocità digitale con “verità”, Spadolini ci ricorda che la libertà di stampa non è una condizione automatica, ma una conquista quotidiana.
È fatta di competenza, di rigore, di rispetto per i fatti. È, come avrebbe detto lui, un servizio al bene comune.
Nella storia del giornalismo italiano, il Corriere di Spadolini rimane un esempio di come la direzione di un grande quotidiano possa diventare una scuola di democrazia. E qui, nella sede della Fondazione Nuova Antologia, non possiamo che riconoscere come la sua eredità più viva non sia soltanto nei suoi editoriali, ma in un’idea di giornalismo come coscienza critica della nazione — una coscienza che ha ancora molto da insegnare anche a noi, oggi.
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DonateDonate monthlyDonate yearlyMarco Bastiani is an Italian journalist based in Florence. He is the founder of Florence Daily News, launched in 2011, and has been working in journalism since 1998. Formerly political editor at Il Giornale della Toscana, he later took on senior communication roles in both public and private institutions. A board member of the Tuscan Foundation of the Order of Journalists, he loves the sea and Greece, and has two children.

